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ECCO I NAVIGLI CHE FANNO SOGNARE MILANO

07 Aprile 2017, Alberto Mattioli - LA STAMPA

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Forse è la volta buona. Forse finalmente a Milano si girerà in gondola. La riapertura dei Navigli è di nuovo all’ordine del giorno. Certo, si tratta di un’idea di cui si discute da sempre, una classica promessa da campagna elettorale, un solito noto della chiacchiera meneghina.
Tipo il derby Milan-Inter, la prima della Scala e dove si compra il panettone migliore. Ma adesso pare che si faccia finalmente sul serio.  Si tratta, in sostanza, di recuperare un pezzo di storia. I primi canali cittadini furono aperti nel 1179, sviluppati nei secoli con punte di frenesia acquatica nel Quattro e Cinquecento (ci mise mano anche Leonardo da Vinci, che nel curriculum spedito a Ludovico il Moro per farsi assumere dichiara di «saper condurre le acque da un loco all’altro») e usati fino al Novecento. L’interramento fu iniziato dal fascismo nel ’29 e completato dalla Repubblica democratica e asfaltatrice nel ’60. Ma forse si stava meglio quando si stava a mollo e insomma adesso serpeggia una gran voglia di ripensarci.  Un’associazione, «Riaprire i Navigli», si batte da anni. Esiste già un progetto del Politecnico. Il sindaco Beppe Sala ne ha parlato in campagna elettorale, sia pure con tutte le cautele del caso (compresa la promessa di un referendum per sapere che ne pensano gli amministrati) e riparlato di recente al forum «Urban Waterways» di Chicago. Anche i leghisti, da sempre anfibi (il Dio Po, le ampolle sul Monviso), sono d’accordo. È loro la mozione, appena votata in Consiglio regionale, che chiede alla Lombardia di collaborare con Milano per iniziare i lavori. Ci sono otto chilometri di strade da sollevare per ritrovare l’acqua che ci scorre sotto; servono, pare, 400 milioni. Poi si potrà navigare dai laghi italo-svizzeri fino a Venezia, passando per il Ticino, l’Adda, il Po, l’Adriatico e soprattutto per il centro della metropoli.  Nella città della moda diventerà di moda spostarsi per via d’acqua, i più ricchi in motoscafo e i più fighetti facendo punting come a Cambridge. D’accordo tutti: gli ambientalisti perché l’acqua è meglio dell’asfalto, i tradizionalisti perché si torna alla Milano di una volta, gli albergatori perché si tratterebbe di un’attrazione per gli stranieri (per inciso, l’anno scorso il turismo in città è cresciuto del 17,9%) e tutti gli altri perché così si assesterebbe l’ennesimo schiaffo della capitale morale a quella politica: a Milano si scoprono i Navigli mentre a Roma non sono nemmeno capaci di coprire le buche. In più, due considerazioni serie. La prima: la città è capace di fare sistema e la Regione di centrodestra di lavorare con il Comune di centrosinistra. Al Pirellone, il voto è stato bipartisan e perfino i grillini, che di regola dicono di no anche se li inviti a prendere l’aperitivo, stavolta si sono astenuti. Del resto, di recente sono andati a Londra insieme Maroni e Sala, divisi dalla militanza ma uniti dal tentativo di portare a Milano l’Ema, l’Agenzia europea del farmaco europea costretta dalla Brexit a cercar casa. In Italia non succede spesso.  La seconda: forse le sorti progressive non sono sempre state magnifiche, e ogni tanto tornare all’antico è un progresso (copyright di Giuseppe Verdi). Finché la barca andava bisognava lasciarla andare, per citare stavolta Orietta Berti, invece di sostituirla con l’automobile. È abbastanza palese che chi ha costruito le nostre città avesse più gusto di chi le abita oggi. Ma forse bisogna ammettere che era anche più lungimirante.