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BELLOBRUTTO, Intervista a Philippe Daverio da "Il Fatto Quotidiano" del 10 giugno 2013

10 giugno 2013



Si può salvare il Belpaese ?
Ho appena affrontato il problema alla Reggia di Caserta col Sindaco, e poco prima ho discusso della stessa questione a Palermo. La situazione è molto chiara: dobbiamo trovare il coraggio di chiedere alla comunità europea di mettere in piedi un vero e proprio piano Marshall per rilanciare i beni culturali italiani, troppo grandi e importanti per essere gestiti solo dagli italiani.
Europe save Italy ?
Save Italy è un movimento d’opinione internazionale che nasce per un motivo preciso: dopo un secolo e mezzo di vita noi da soli non ce la facciamo a preservare il patrimonio artistico e culturale che la storia ci ha consegnato, e che non è neanche strettamente nostro.
E di chi?
Riguarda tutti. Pompei non è solamente dei campani, appartiene anche, per esempio, a un ragazzo che studia a Oxford o alla Sorbona. Noi però abbiamo la possibilità di essere la culla di tutto l’occidente. Dobbiamo solamente trovare il coraggio di salvare la nostra patria d’origine. E quindi il coraggio per salvare l’Europa.
Per questo il nome dell’iniziativa è in inglese?
L’inglese è il latino dei nostri giorni. Per un patrimonio comune dobbiamo usare una lingua comune. Agire sul patrimonio italiano è però una grande occasione per rilanciare l’Italia in una dimensione europea diversa da quella attuale. Se non lo facciamo, rubiamo alla comunità internazionale qualcosa che le appartiene.
Come possiamo fare?
Il punto primo è una presa di coscienza della questione. Secondo, occorre una serie di interventi programmati.
Ora è il caos?
Sono le premesse ideologiche di partenza ad essere sbagliate. Ad esempio, per un lungo periodo abbiamo pensato che la soluzione della questione meridionale fosse l’industrializzazione. Ma la Fiat a Melfi non funzionerà mai, la questione di Taranto è irrisolvibile, Bagnoli anche è un problema mai superato. Abbiamo pensato di trasformare i contadini in proletariato perché questo sembrava rendere di più. Politica sbagliata, perché poi abbiamo scoperto che non è vero niente, e sono gli errori per cui paghiamo conseguenze drammatiche. Sarebbe molto meglio trasformare il meridione in una sorta di California.
Ha detto California ?
Si, un luogo di produzione diversa da quella industriale. E di vero turismo e qualità.
E potremo ancora chiamarci Belpaese ?
Abbiamo ancora la possibilità di tornare ad essere il Belpaese, siamo in tempo per il restauro. Ma l’unica soluzione per l’Italia è che si persegua una soluzione umanitaria: noi dobbiamo adottare i ricchi.
Chi ?
Nel mondo intero ci sono oltre 30 milioni di ricchi – ossia chi ha più di un milione di dollari da buttar via dopo aver fatto ciò che serve per sopravvivere – che non sanno come vivere. Non hanno idea di cosa sia la qualità della vita, la nostra deve essere una missione umanitaria: spiegare loro come si fa.
Siamo preziosi in qualcosa allora.
Abbiamo ancora una capacità didattica sulla qualità della vita. Tra noi ci sono persone che hanno una cognizione del rapporto con l’esistenza più decente di quelli che hanno altri, i cinesi per esempio, che hanno dovuto lavorare come pazzi per raggiungere la loro posizione e non sanno più cosa sia il divertimento, o non riescono ad apprezzare altre qualità. Siamo gli unici che possono insegnare a campare bene senza lavorare troppo.
Noi siamo ancora in grado di spiegare cosa sia il bello ?
Credo che siamo ancora in tempo se ci impegniamo. Ma non esiste un confine netto e assoluto tra bello e brutto. È sempre in funzione di un contesto, è un rapporto: per esempio, tra ambiente e alimentazione , tra il tempo impiegato a vivere e la vita stessa.
La sua tesi per cui la qualità estetica può combattere le mafie quotidiane.
La tesi l’aveva già spiegata molto bene Lenin: le aquile per distinguersi dai polli devono volare più alte. Per distinguere la mafia dalla gente più evoluta basta chiedergli di volare più basso. Se noi ci occupassimo seriamente del restauro del territorio, degli interventi mirati sui beni culturali e della destinazione dei luoghi storici, effettivamente la mafia non ce la farebbe, è una lingua che non è in grado di parlare. Su tutto questo, non sono proprio in grado di competere.
Ma come si fa a definire uno standard del bello ?
Per raggiungere buoni livelli bisogna ridare peso e autorità alle elite che hanno la cognizione, sulla base delle qualità applicabili.
La domanda di bello, e quindi di arte, regge in Italia ?
Non c’è nessun calo della domanda ! La regola economica, in questo caso, è l’opposto di quella dei beni di consumo abituali per cui la domanda genera l’offerta. Nel caso culturale è l’offerta che genera la domanda. Bisogna produrre più offerta.
Investire in restauro del passato o in nuove avanguardie ?
Domanda perniciosa e sbagliata. Solo lavorando sul passato si inventa il nuovo. Pensi se avessimo posto questa domanda a Petrarca. Gli umanisti non avrebbero tirato fuori i testi originali di Cicerone per rifare una lingua latina decente, non avremmo mai inventato l’italiano moderno. Tra passato e presente c’è un rapporto dialettico. L’alternativa è la tabula rasa, e stabilire un punto zero. L’aveva inventata un imbianchino austriaco in Germania quando fondò il Terzo Reich. Ora ci pensa anche una sorta di suo sottoprodotto grottesco, tale Casaleggio, quando immagina il mondo di Gaia dove tutto parte da zero … ma quella lì è una roba da Goebbels, non da persone civilizzate. La civiltà parte proprio dalle radici, non dall’abolizione delle radici.
Tornando a noi. Settis definisce il paesaggio italiano come il grande malato, quali sono i suoi sintomi ?
L’urbanistica fluida, il disordine totale, la difesa ad oltranza di ogni egoismo e la mancanza di una visione. Non è vero che non si possa costruire, ma prima dobbiamo immaginare un gigante con una grande scopa che spazzi via tutto; è come quando si entra nella cameretta di un bambino e in terra ci sono una merendina, un giocattolo, due libri… prima si mette ordine e poi si gioca con il trenino.
Su quale trenino dobbiamo salire ?
Bisogna rimettere ordine e rivedere la normativa urbanistica, questo è il tema grosso. Ma non irrisolvibile. Alla radice esiste una normativa idiota: quando si fanno sopravvivere i comuni grazie agli oneri di urbanizzazione si generano delle mostruosità. Oggi ogni comune ha una zona residenziale, una industriale, una artigianale… e chi più ne ha più ne metta; e alla fine viene fuori una sorta di disordine trasversale che serve a pagare gli impiegati comunali. Provi ad osservare su Google Maps la Baviera, la zona più competitiva d’Europa: non è mica un puttanaio ! Non è detto che industria sia per forza di cose uguale a puttanaio.
Bene, è ottimista.
Dobbiamo immaginarci che sia possibile. Forse ci vuole un po’ di battaglia in favore dell’intelligenza. Ma non è impossibile. Prendiamo a prestito da Franca Valeri il concetto di “Rivoluzione degli educati”…
Ce la possono fare oggi gli educati di fronte a tutti gli interessi e i disinteressi ?
Possiamo fare qualche “Buh” pubblico, tanto per cominciare…


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