Luca Gadola in un post pubblicato due giorni fa sulla sua pagina
facebook, commentando l’intervento di Roberto Biscardini all’assemblea
di Sala Alessi del 18 luglio, ha attribuito a Biscardini un confronto
tra il valore simbolico della Scala e quello dei Navigli, dicendo
testualmente: “Roberto Biscardini, uno dei promotori, contestando chi
sostiene che la riapertura dei Navigli non sia una delle priorità per il
Comune ha detto che l’operazione ha lo stesso valore simbolico della
ricostruzione della Scala che il Sindaco Greppi avviò subito dopo la
Liberazione.” E da qui concludendo: “Se avevamo bisogno di un termometro
che misuri la serietà dei proponenti, adesso lo abbiamo”.
Attribuendo così a tutti i sostenitori dell’apertura dei Navigli la
patente di poca serietà. Compreso i 451.000 che votarono sì al
refrrendum del 2011. Ma sulla frase di Biscardini, Gadola ha
costruito delle vere e proprie interpretazioni a suo uso e consumo,
attribuendo un paragone sul valore dei simboli di Milano che Biscardini
non ha assolutamente affrontato. Rispondendo alla discussione che
ne è seguita Biscardini ha infatti avuto modo di chiarire: “Io non ho
assolutamente confrontato la Scala con i Navigli e nemmeno il loro
valore simbolico, ma il rapporto tra il recupero della Scala e le
priorità di allora, con la riapertura dei Navigli e le priorità di oggi.
A dire: giusto è stato restaurare subito la Scala allora, giusto
riaprire i Navigli oggi. Ripetendo che se si fosse seguito il banale
criterio delle priorità relative ai bisogni pregressi, coloro che oggi
invocano altre priorità per non fare i Navigli, così avrebbe invocato le
priorità di allora (per la verità ancora più drammatiche di oggi) per
non restaurare la Scala e fare altro. Un esempio. Tra i tanti possibili.
Gadola per forzare la mano ha introdotta persino qualche nota di
natura politica del tipo: “La Scala fu distrutta dai bombardamenti e non
dai milanesi (che invece hanno interrato i Navigli ); la Scala era ed è
un simbolo mondiale di Milano, i Navigli non lo sono.” Ed anche su
questo si potrebbe discutere persino sul piano storico. A noi
risulta che la Scala fu bombardata dagli alleati inglesi, i Navigli
furono chiusi dal Governo fascista per soddisfare il comitato degli
interessi immobiliari di allora. Ma lasciamo perdere. Avremo tempo
per ricostruire come, quando e chi iniziò i lavori di messa in
salvaguardia della Scala e chi iniziò i lavori di ricostruzione. Tra
tutti messaggi che abbiamo avuto pubblichiamo qui di seguito quello di
Giuseppe Zago: “Ho scritto, in precedenza, non c'è peggior sordo di chi
non vuol sentire, e qui, chi non vuol sentire è il sig. Beltrami
Gadola. La riapertura dei navigli non è altro che un progetto di ampio
respiro che apre la strada alla Milano del futuro, la proietta in avanti
e la mette al pari con molte città del mondo che agiscono per portare
la società verso un mondo più "sostenibile" che si apre a tutte le
sperimentazioni di energie rinnovabili e pulite. Il sig. Beltrami Gadola
dice che non ci sono ragioni per riaprirli, ce n'è una, sola, banale,
una idea della Milano possibile nel 2030, 2050. È un progetto che
investe il centro, le periferie, l'area vasta della città
metropolitana, gran parte della Regione. Otto km di navigli possono
rimettere in moto un processo di vasta portata. Le "cosiddette priorità"
sono importanti ma sono "spesa corrente", il compito di ogni buona
amministrazione, non sono un progetto per Milano. Con la riapertura si
parla di riqualificazioni urbane, si parla di ricadute economiche
positive, di attività, di attrazione turistica ma anche per tutti i
cittadini. Milano e i milanesi sono sempre stati un passo avanti,
guardavano e guardano oltre, anche la chiusura dei navigli guardava
oltre, ad un futuro industriale, ad un futuro che si é rivelato
effimero, 100, 150 anni contro i secoli che hanno visto i navigli. Ora,
molti milanesi tornano a guardare avanti, 2030, 2050, orizzonti
temporali che il sig. Beltrami Gadola non sembra in grado di immaginare.
Una città che parla di orti urbani, che vuole valorizzare l'agricoltura
di prossimità, dove l'industria non esiste più e chiede una città
diversa, più salubre, più bella. Oltre le critiche, oltre i no, tipici
di una "certa sinistra", ce l'ha, il sig. Beltrami Gadola un progetto
che porti Milano nel 2030? 2050? Un progetto ampio, che sappia
immaginare una città vivace, vitale, sana, una regione veloce e lenta,
un'idea che sappia far sognare, ce l'ha? Restiamo in attesa.” Gli altri seguiranno per chi vorrà.