MILANO, DIMENTICA I GRATTACIELI: RIAPRIRE I NAVIGLI È LA VERA RIVOLUZIONE
di Alessandro Franzi
Pubblichiamo un articolo uscito su Linkiesta del 5 agosto
2017 per non dimenticare il dibattito ancora in corso.
Il volto della
capitale economica è stato trasformato dai grattacieli ma la riscoperta delle
antiche vie d'acqua a cui lavorò anche Leonardo da Vinci è qualcosa che
stuzzica ancor di più la fantasia. Il sindaco Sala per ora ha promesso una
riapertura parziale entro il 2022
Le metafore si sprecano già. Milano non potrà mai essere
Venezia, certo. Ma se si ispirasse ad Amsterdam non stupirebbe invece nessuno.
Il progetto della riapertura della rete dei Navigli sembra infatti diventare
qualcosa di concreto, dopo che il sindaco Giuseppe Sala ha annunciato i risultati
dello studio che aveva affidato a un comitato scientifico, nominato non appena
insediato lo scorso anno. Secondo il sindaco, una riapertura parziale delle
antiche vie d'acqua in città sarà possibile entro il 2022. Sono circa due
chilometri di canali, attualmente interrati. I tratti sono quelli che
corrono sotto via Melchiorre Gioia, a Brera dove c'è la conca dell'Incoronata,
in via Sforza dietro al Policlinico e, infine, quello vicino a piazza Vetra.
Un passo alla volta, è l'idea di Sala, deciso a sfruttare per questi primi
lavori i cantieri della nuova metropolitana 4. Costo preventivato, 150 milioni.
Il sogno è quello di arrivare, poi, a riaprire tutti i Navigli milanesi. Un
lavoro ben più corposo, perché si tratterebbe di ripristinare quasi otto chilometri
di canali, collegando quelli esistenti e riaprendo percorsi ormai sconosciuti
ai più. Il conto, alla fine, sarebbe di circa 500 milioni. Ma le cifre non
possono spiegare tutto. Riportare alla luce tutti i Navigli sarebbe infatti
una vera rivoluzione (o contro-rivoluzione) per la città di Milano. Ne
cambierebbe il volto, aggiungendosi a quello dei grattacieli che l'hanno
già trasformata agli inizi del nuovo millennio. E non è solo Sala a credere nel
progetto. Gran parte della politica cittadina è schierata a favore della
riapertura delle vie d'acqua, a partire dal segretario della Lega, Matteo
Salvini, non certo un amico del sindaco di centrosinistra.
Riportare alla luce tutti i Navigli sarebbe infatti una vera rivoluzione (o contro-rivoluzione)
per la città di Milano. Ne cambierebbe il volto, aggiungendosi a quello dei
grattacieli che l'hanno già trasformata agli inizi del nuovo millennio.
L'idea di una Milano navigabile suscita grande fascino. Non solo per la
metafora (eccessiva) di Amsterdam. Ma anche perché può riportare in vita un
pezzo di storia (non solo locale) sotterrato dall'avvento della modernità, che
ha dilatato i confini della città, l'ha saturata di asfalto e ha sacrificato la
tradizione al mito dell'efficienza. Quando si parla di Navigli bisogna pensare,
infatti, a un'opera dell'ingegno umano che affonda la sua esistenza nel
Medioevo. I Navigli sono cinque. Quello Grande è stato progettato nel 1177,
misura 49,9
chilometri ed è navigabile dal 1272: è da lì che
scendevano, da Candoglia, i marmi del Duomo.
Poi c'è il Naviglio Pavese, che si incrocia col primo alla Darsena: è stato
aperto nel 1819 ed è lungo 33,1 chilometri. A nord di Milano arrivano
invece il Naviglio della Martesana: completato nel 1496, è lungo 38 chilometri. Gli
ultimi due canali sono i più piccoli: quello di Bereguardo e quello di Paderno
d'Adda, progettato quest'ultimo addirittura da Leonardo da Vinci.
Quando la rete dei Navigli era funzionante, Milano era un porto nel mezzo della
grande pianura. Sopperiva all'assenza di un grande fiume con lo sfruttamento di
questa serie di canali artificiali che dava alimento alle campagne, muoveva
merci e uomini.
I Navigli sono stati in gran parte interrati nel 1929.
Questione, come detto, di cambiamento dei tempi.
Ma anche di igiene e sicurezza.
Chi è deciso a osteggiare il progetto di riapertura fa leva proprio su
questo: il rischio di gettare la città di Milano nel caos.