Caro Paolo,
è con piacere che rispondo
alla tua lettera che mi consente di chiarire alcune questioni di fondo che si
trascinano da tempo indipendentemente dall’attualità della pandemia da Covid.
Per prima la questione
“priorità” che, dalla mia esperienza politica e amministrativa, al di là del
progetto di riapertura dei Navigli, ho visto spesso mal posta.
Perché viceversa, nella
migliore tradizione amministrativa, la politica degli interventi è l’insieme delle
opere realizzabili sia nel breve periodo (per rispondere a bisogni urgenti,
ancor più se pregressi), sia di quelle strategiche finalizzate a realizzare cambiamenti
strutturali. Anche se i loro effetti saranno misurabili in un lontano futuro.
Come tu sai, un buon
amministratore deve ogni giorno intervenire per realizzare opere a breve, ma
anche con uguale passione e concretezza deve ogni giorno intervenire perché si
possano realizzare opere ed interventi a più lungo termine.
Nell’azione amministrativa non
c’è un prima e un poi, c’è il “fare” ciò che è necessario “fare”.
Per questo, come già ha spiegato
Giorgio Goggi attraverso il tuo Blog, nei bilanci comunali devono (e così
avviene normalmente) essere previsti fondi sia per risolvere i bisogni
pregressi, sia per intervenire su trasformazioni significative per far crescere
la città. Se non si investe su entrambi, si risolvono alcuni bisogni arretrati
ma la città non evolve e alla lunga si perdono opportunità e occasioni di sviluppo
economico e di reddito con un impoverimento progressivo dei cittadini più
deboli.
Sono quindi assolutamente
d’accordo con te che Milano ha bisogno di investimenti nel settore della casa e
nel settore dei trasporti, peccato che, nonostante le mie personali sollecitazioni,
è da anni che si maturano ritardi, e che le ultime giunte, sia di centrodestra
sia di centrosinistra, poco hanno fatto in questa direzione e ciò indipendentemente
dal progetto Navigli per il quale non hanno ancora speso alcun euro.
Dobbiamo purtroppo prendere
atto amaramente che molte risorse avrebbero potuto, anno dopo anno, essere
destinate al settore casa, ma sono andate in mille altre direzioni (altre
priorità). E non perché mancassero i fondi, ma perché persino una certa
sinistra di governo ha sostenuto (e forse sostiene ancora) che sia meglio
delegare la realizzazione di edilizia popolare o convenzionata agli interventi
dell’immobiliarismo privato anziché all’azione pubblica dell’amministrazione
comunale.
Sui trasporti peggio ancora. Perché
Moratti e Pisapia hanno cancellato la realizzazione del Secondo Passante
ferroviario quando le risorse erano assolutamente disponibili?
Perché abbiamo dovuto lottare
anche contro il volere prevalente alla giunta Pisapia affinché iniziassero i
lavori della M4 già decisi dalla giunta Albertini?
Perché la Moratti ha cancellato
la sperimentazione dell’idrogeno per autotrazione, che vedeva Milano seconda in
Europa dopo Amburgo?
Ed oggi, in epoca di Covid,
perché il Comune non ha pensato fin dal marzo scorso di incrementare il
servizio di trasporto pubblico per immettere sulla rete più mezzi, anche
recuperabili da aziende private, come quelle turistiche, che hanno i propri
autobus fermi nei loro depositi?
Non per carenza di risorse, non
per colpa dei Navigli, ma per incapacità di lungimiranza politica, per cattiva
volontà e per non andare in conflitto con il modello monopolistico, oltre che
costoso, di ATM.
Questo per dire che le tue
osservazioni sull’emergenza Covid poco c’entrano con il progetto della
riapertura dei Navigli, che ad oggi, come ho detto, non ha inciso sul bilancio
pubblico dell’amministrazione comunale, nonostante non si siano realizzate né case
popolari, né si sia incrementato il sistema di trasporto pubblico.
Questo mi permette di
aggiungere peraltro, molto brevemente, che nella nostra ipotesi, il progetto
Navigli potrebbe essere finanziato anche con la partecipazione di risorse
private. Ciò ridurrebbe moltissimo, se non totalmente, il carico sulla finanza
pubblica comunale, regionale, statale o europea.
Detto questo ti invito infine
a concentrare l’attenzione sul valore complessivo che il progetto di riapertura
dei Navigli avrebbe alla scala, sia urbana che regionale, come grande progetto ecologico,
produttore (come abbiamo già più volte dimostrato) di nuovi cespiti per
l’amministrazione comunale e di ricchezza diffusa per tutta la collettività. Una
nuova opportunità di impresa, una nuova grande opportunità di lavoro.
Così come stanno facendo
molte città europee e molte città italiane, orientate alla riqualificazione
delle città per una nuova qualità ambientale e della vita di tutti i cittadini.
Il progetto Navigli implica infatti la riappropriazione di spazi da destinare ad uso pubblico e collettivo, sottraendoli all’uso privatistico attuale (traffico compreso). O si è dentro a questa logica e si capisce che il futuro (Covid o non Covid) non potrà essere uguale al passato o si continueranno da un lato ad invocare le cosiddette “priorità”, ma lasciando dall’altro, contemporaneamente, decidere agli interessi più forti, e immobiliari di carattere speculativo, la forma e il destino della nostra città.
Abbiamo sempre considerato il
progetto Navigli come un grande progetto per la costruzione di una “città
giusta”, non per pochi ma per tutti, in linea con le istanze economiche,
ambientali e di giustizia sociale della stragrande maggioranza della
popolazione che vuole capire quale sarà la Milano degli anni 2030.
Tutto questo per ribadire che
la questione delle priorità è il più delle volte mal posta.
Infatti, nulla togliendo alla
necessità di soddisfare bisogni pregressi, nasconde l’assenza di visione complessiva
e orientata al futuro, perché, di priorità in priorità, si rischia di abbassare
complessivamente la qualità della risposta pubblica.
Prima ci sono le case, poi ci
sono le piazze, poi le fontane, poi ci sono le panchine, poi i cestini, poi i
marciapiedi, e sempre più in basso si arriva ad invocare opere pressoché
inutili con ricadute economiche pari a zero.
Con tutto il rispetto quindi
di chi, con serietà, si pone il problema della compatibilità tra interventi tra
loro molto diversi (a questo punto non dimentichiamoci dell’urgenza di
intervenire nel sociale), da socialista (visto che hai voluto interrogarmi
anche da questo punto di vista) mi sento di dire che la storia migliore del
socialismo italiano ed europeo è sempre stata caratterizzata dalla capacità di
coniugare insieme i bisogni del presente con i grandi processi di
trasformazione e di modernizzazione per il futuro..
Ce lo hanno insegnato in
molti. In proposito ricordiamo il sindaco Emilio Caldara che negli anni della
Prima guerra mondiale, alle prese con mille questioni di carattere economico e
sociale drammatiche, non rinunciava a progettare le prime metropolitane che si
sarebbero realizzate cinquant’anni dopo o addirittura a progettare canali
navigabili incompiuti ancora oggi.
Poi il sindaco Greppi che ottenne
il consenso popolare della città, nell’immediato dopoguerra, quando riuscì
contemporaneamente a porre sullo stesso piano il bisogno di ricostruire la
città, sommersa dalle macerie dei bombardamenti, con la ricostruzione della
Scala, che fu interpretato da tutti i milanesi come uno degli atti più
“democratici” di quegli anni. La Scala era di tutti e così la percepivano tutti
i cittadini.
Successivamente, puoi
immaginare cosa sarebbe successo se i socialisti, negli anni ’60, avessero
rinunciato a realizzare la rete delle nostre metropolitane urbane dando retta a
coloro che, anche a sinistra, consideravano come “prioritaria” l’estensione
della rete tramviaria? Per molti, i tram erano di sinistra e le metropolitane
di destra.
Storicizzando, potrei dire
oggi che “i Navigli torneranno”, così come allora ritornò la Scala, ed essi
rappresenteranno il manifesto simbolico e concreto del ritorno alla Milano
città d’acqua, il ritorno alla propria identità, nella convinzione che, prima o
poi, le idee giuste vincono sempre.